martes, 30 de marzo de 2010

Borges por Cristina Campo


JORGE LUIS BORGES


In un racconto di Borges, L’immortale, si narra di un misterioso antiquario, Joseph Cartaphilus da Smirne; “un uomo consunto e terroso, grigio d’occhi e di barba, dai tratti singolarmente vaghi, che si esprimeva con scioltezza in diverse lingue”. Sappiamo di costui attraverso un manoscritto ch’egli lascia dietro di sé, la atroce e labirintica storia di uno che beve l’acqua degli immortali e prima di essere Cartaphilus fu un interlocutore scozzese del Vico, e prima ancora un astrologo boemo e uno scriba arabo, che era stato a sua volta un centurione di Domiziano in Tebe — e ancora un’ombra disperata e divina che si esprimeva con le parole di Omero.


È difficile, leggendo Borges, non confondere oscuramente Cartaphilus con l’uomo che lo ha creato, credere da vero a l’esistenza di questi: estremamente miope signore di sessantanni, direttore della biblioteca di Buenos Aires, animatore del gruppo di “Sur”; tre o quattro volte sfiorato da quell’evento, sempre più mestamente circostanziato, che è il premio Nobel per la letteratura. A mala pena ricordiamo certe sue vecchie fotografie, che ce lo mostrano un poco bruno di pelle, un poco obeso, più spagnolo assai che non inglese, benché in lui confluiscano questi due sangui e in più una vena portoghese e un’educazione svizzera. Apriamo un suo libro: El Aleph, Ficciones, Historia universal de la infamia, Historia de la eternidad, ed ecco Borges disparire nelle proprie parole, rifarsi antichissimo e al dilà di ogni razza: un uomo appunto “dai tratti singolarmente vaghi” cui certo non è facile giungere, che forse è addirittura morto da tempo e solo riappare fugacemente qua e là, sotto le spoglie di un ermetico viaggiatore.


Borges è forse il solo narratore-umanista che il mondo ancora possegga; è il lirico della storia, l’erudito della poesia, nei cui testi si incontrano e si sublimano, in abbaglianti e capziose alchimie, i segreti splendori di tutte le tradizioni, in particolare, data la nascita e la natura di Borges, l’arabo-ispanica : la platonica, dunque, e la catara, la gnostica, la cabalistica, l’alchimica. Il tutto complicato da una perfida e soavissima rete di cerimoniali ironie: il favolista rituale indossa panni inglesi.


Borges a reso omaggio, in più luoghi, agli autori moderni che “continuamente rilegge”: Schopenhauer, De Quincey, Stevenson e, poichè non c’è accostamento impossibile al suo astrale snobismo, Chesterton, Shaw, Léon Bloy. Ma a due nomi molto diversi, leggendo i suoi racconti più puri, corre subito la memoria: l’Hoffmannstahl di Andreas, della Lettera di Lord Chandos a Bacone da Verulamio, e l’Ernst Jünger delle Scogliere di marmo. Ma il chiaro fuoco spirituale del primo (che sa levarsi ogni volta all’attimo dell’unio mystica) e il tenace gelo del secondo, sono per così dire oltrepassati da Borges in uno stile di impenetrabile cristallo, che è lo stesso cristallo del mondo in cui si muove: un mondo in tutto simile agli specchi; sì che a volte queste innumerevoli riflessioni sembrano infrangersi l’una contro l’altra in un lampo che acceca e distrugge. Non resta che il puro, l’imperscrutabile vuoto al quale Borges dà volontieri il nome di Dio, in uno dei suoi inchini profondi e recitati di mussulmano alla Mecca.


In verità, in ogni suo racconto si ripete questa magica collisione, che ha l’intento di ricondurci ogni volta ad un’antica parola: Tutto è l’Uno. Come nella scuola di tiro d’arco Zen, anche cui il tiratore dovrà farsi allo stesso tempo arco freccia e bersaglio, dimenticare che — e perché — sta tirando d’arco; e allora non avrà più importanza la propria o l’altrui vita, il proprio o l’altrui destino, poiché chi scocca l’arco è il Tutto, come lo è chi riceve la freccia. Ma nei racconti di Borges questa scoperta non è il frutto imprevedibile e spontaneo della lunga dedizione buddista, anzi è una illuminazione perfettamente tragica: l’attimo appunto che infrange tutti gli specchi, il barbaglio in cui le immagini sovrapposte si annientano, lasciando appena l’ombra disegnata, come l’uomo sul ponte di Hiroshima.


In uno dei suoi racconti più belli, I teologi, Giovanni di Pannonia arde sul rogo. Lo ha denunziato copertamente Aureliano, per anni suo rivale segreto nella dotta confutazione degli eresiarchi. Al termine della sua vita egli arderà allo stesso modo in un incendio e saprà in quel momento preciso che “agli occhi della insondabile divinità egli e Giovanni di Pannonia formavano una sola persona”. Così il gaucho argentino Isidoro Cruz si scopre una sola persona con l’eroe fuggiasco Martín Fierro che sta inseguendo attraverso un canneto, e gli balza accanto e combatte con lui. Identificazioni: e non soltanto di volti, ma di eventi: talché un fatto, rivissuto per un certo tempo dalla memoria che lo vuole redimere, si tramuta in altro fatto non meno vero del fatto reale, e ha diritto di tramutare in tal modo anche nella memoria altrui, che veramente muore e rinasce insieme con il fatto purificato e redento. È la storia di Pedro Damián (così sottilmente accesa da quella di Pier Damiani) che al momento della sua morte tutti ricordano improvvisamente come un eroe; dopo anni vissuti da lui nell’ignominia a “consumare” con la sua mente una sua antica viltà. In Ema Zunz — uno spunto che avrebbe sollecitato Maupassant — una vergine si lascia violare da uno sconosciuto per vendicare, con un delitto simulato, un antico delitto mai punito; ella non distingue, a ragione, tra i due fatti, i due eventi sono in realtà uno solo, del secondo “false soltanto le circostanze, l’ora e uno o due nomi propri”. Confluiscono cui le due tesi concentriche predilette da Borges: l’ultima identità di ogni cosa e il ciclico ritorno di ogni possibile circostanza, quale fu suggerito ciclicamente, dai pitagorici a Nietzsche.


In alcuni racconti, il centro de tali universi speculari si configura volentieri in un oggetto sacro, una sorta di siggillo di Salomone: fonte di estasi e di terrore in cui tutto l’esistente si concentra e riassume. Borges ha pochi temi e persino pochi simboli; ma sono temi e simboli polivalenti, inesauribili per la loro stessa natura: il labirinto, lo specchio, la città, il giardino, l’atlante, la scrittura. L’oggetto sacro li riassume: è la sintesi della sintesi, il concentrato, il mandala.


È la moneta Zahir — una sorta di “orso bianco” al quale non si può non pensare (ma pensarla conduce rapidamente alla follia). Sono le tigri magiche dipinte da un martire sulle pareti di una prigione “come una specie di tigre infinita fatta di molte tigri in modo vertiginoso”. Sono le macchie del giaguaro nelle quali un antico sacerdote messicano, imprigionato per la vita in una cella senza luce, decifra penosamente le parole che esprimono l’universo, le parole che “basterebbe pronunziare per essere onnipotenti” (ma, decifrate quelle parole, quale senso può avere più essere onnipotente?). O è la sacra lettra Aleph, l’alfa dell’alfabeto ebraico: un punto in cui convergono tutti i punti, dove tutto è presente simultaneamente: vita e morte, spazio e tempo, corruzione e durata, rapimento ed orrore, in una spirale di vertigine cosmica. “Per la Cabala” scrive Borges “quella lettera rappresentava l’Ensoph, l’illimitata e pura divinità; fu anche detto che essa a la figura di un uomo che indica cielo e terra per significare che il mondo inferiore è specchio e mappa del superiore; per la Mengelehre è il simbolo dei numeri transfiniti nei quali il tutto non è maggiore di alcuno dei componenti” en ancora: “Forse volle dire: non c’è fatto, per inutile che sia, che non racchiuda la soria universale e la sua infinita concatenazione di effetti e di cause; forse volle dire che il mondo visibile e intero in ogni rappresentazione, cosi comme la volontà, secondo Schopenhauer, è intera in ogni individuio”.


Tutto dunque è l’Uno. È questa la metafisica di Borges? E si può parlare, per Borges, di metafisica? Abbiamo detto come volentieri egli s’inchini al vuoto imperscrutabile, salutandolo con il nome di Dio. Potremmo dire che, con altrettanto impassibile reverenza, egli si inchini all’attimo. In una sua poesia, Dall’inferno e dal Cielo, egli afferma che il giudizio finale non decreterà gioia eterna o eterno spasimo agli eletti ed ai reprobi, ma a ciascuno lascierà in fronte, per l’eterno, il viso che la sua vita a prescelto e preservato (forse il volto dell’amore, forse quello del Tempo); e la contemplazione di quel volto sarà Inferno ai reprobi, Paradiso ai beati. È forse lecito applicare all’intera opera di Borges la sentenza di un santo: Aeternum est immediata et lucida fruitio rerum infinitarum.


Ma non si pensi che queste tragiche e iridiscenti composizioni siano un seguito di formule esoteriche. C’è in ogni storia un ammagliante storia. Ci sono i personaggi, alteramente perfidi o ciecamente sublimi disegnati a punta di diamante. E ci sono gli innumerevoli labirinti reali: Creta come Londra, Baghdad come Buenos Aires. Il miracolo di Borges narratore sta in una sorta di linguaggio innumerevole, in cui la più lampante delle figure può senza tregua fluire in mille altre, complicarse infinitamente nel tempo e nello spazio, percorrere ed animare una tastiera di correspondenze, metafore, analogie della quale non si scorgono i limiti; laddove la più pura astrazione si configura ogni volta, per magia dello stile, in un tracciato splendente e tangibile come un tappeto o un atlante.


“Descrivere con estrema precisione fisica cose fisicamente impossibili,” scrisse Hoffmannsthal “questa è la vera creazione per mezzo della parola”. Borges è forse il solo narratore vivente che sia ancora capace di una tale creazione. L’importanza del suo mondo e del suo linguaggio — all’apparenza così sdegnoso di ogni oggettiva realtà da rasentare la frigidezza del prisma — aumenta con il pauroso aumentare, su noi e su tutto quanto ci propone la letteratura, di quella stessa realtà non più mediata. Nel blocco cieco, mutilo e massiccio del secolo, Borges crea leggermente, vertiginosamente un’apertura: ci lascia intravedere ancora una volta lo sterminato mondo che sta dietro quello vero e senza il quale il mondo vero sarà presto un mondo spettrale. Il suo gesto è simmile a quello della maga persiana che gettando grani d’inceso su un braciere “apriva nel fumo con le due mani una porta” — et per essa i prigionieri passavano nei giardini e nei boschi che credevano di avere dimenticato.


Artículo de CRISTINA CAMPO publicado en Paragone - Letteratura, abril de 1960.



JORGE LUIS BORGES


En un cuento de Borges, El inmortal, se narra la historia de un misterioso anticuario, Joseph Cartaphilus de Esmirna, “un hombre consumido y terroso, de ojos grises y barba gris, de rasgos singularmente vagos, que se manejaba con fluidez [...] en diversas lenguas”. Sabemos de éste por un manuscrito que dejó tras él, la atroz y laberíntica historia de un hombre que bebe el agua de los inmortales y antes de ser Cartaphilus fue un interlocutor escocés de Vico y antes de eso un astrólogo bohemio y un escriba árabe, que a su vez había sido un centurión de Domiciano en Tebas —y antes aún una sombra desesperada y divina que se expresaba con las palabras de Homero.


Es difícil, leyendo a Borges, no confundir oscuramente a Cartaphilus con el hombre que lo creó, creer realmente en la existencia de éstos: un señor extremadamente miope de sesenta años, director de la biblioteca de Buenos Aires, animador del grupo de “Sur”; tres o cuatro veces veces rozado por aquel acontecimiento, de características cada vez más melancólicas, que es el premio Nobel de literatura. A duras penas recordamos algunas viejas fotografías suyas, que nos lo muestran un poco moreno de piel, un poco obeso, bastante más español que inglés, aunque confluyan en él estas dos sangres y además una vena portuguesa y una educación suiza. Abramos un libro suyo: El Aleph, Ficciones, Historia universal de la infamia, Historia de la eternidad, y veremos cómo Borges desaparece en sus propias palabras, se vuelve antiquísimo y ajeno a toda raza: un hombre precisamente “de rasgos singularmente vagos” hasta el que por cierto no es fácil llegar, que quizás esté lisa y llanamente muerto desde hace mucho tiempo y sólo reaparece fugazmente aquí y allá, bajo la apariencia de un hermético viajero.


Borges acaso sea el único narrador-humanista que el mundo aún posee; es el lírico de la historia, el erudito de la poesía, en cuyos textos se encuentran y se subliman, en deslumbrantes y capciosas alquimias, los secretos esplendores de todas las tradiciones, en particular, dados el nacimiento y la naturaleza de Borges, la arabo-hispánica: la platónica, por lo tanto, y la cátara, la gnóstica, la cabalística, la alquímica. Todo ello complicado por una pérfida y delicadísima red de ceremoniales ironías: el fabulista ritual se viste de inglés.


 En diversas páginas Borges rindió homenaje a los autores modernos a los que “continuamente relee”: Schopenhauer, De Quincey, Stevenson y, puesto que no hay alianzas imposibles para su astral esnobismo, Chesterton, Shaw, Léon Bloy. Pero, al leer sus cuentos más puros, dos nombres muy diversos acuden súbitamente a la memoria: el Hoffmannstahl de Andreas, de la Carta de Lord Chandos a Bacon de Verulamn, y el Ernst Jünger de los Acantilados de mármol. Pero el claro fuego espiritual del primero (que sabe elevarse cada vez hasta el instante de la unio mystica) y el tenaz hielo del segundo son, por así decir, sobrepasados por Borges en un estilo de impenetrable cristal, que es el mismo cristal del mundo en el que se mueve: un mundo en todo similar a los espejos de los que está lleno, un “circular delirio” de espejos dentro de espejos; de modo que a veces estas innumerables reflexiones parecen romperse una contra la otra en un relámpago que enceguece y destruye. No queda más que el puro, el inescrutable vacío al que Borges no duda en dar el nombre de Dios, en una de sus reverencias profundas y recitadas de musulmán hacia la Meca.


Ciertamente, en cada uno de sus cuentos se repite esta mágica colisión, que en cada caso se propone volver a llevarnos a una antigua afirmación: Todo es Uno. Como en la escuela de tiro al arco zen, también aquí el tirador deberá hacerse al mismo tiempo arco, flecha y blanco, olvidar que —y porqué— está tirando al arco; y entonces ya no tendrá importancia la propia vida ni la ajena, el propio destino o el ajeno, puesto que el que dispara el arco es el Todo, como lo es el que recibe la flecha. Pero en los cuentos de Borges este descubrimiento no es el fruto impredecible y espontáneo de la larga práctica budista sino, por el contrario, una iluminación perfectamente trágica: el instante preciso que rompe todos los espejos, el blanco en el que las imágenes superpuestas se aniquilan, dejando apenas la sombra dibujada, como el hombre en el puente de Hiroshima.


En uno de sus cuentos más hermosos, Los teólogos, Juan de Panonia arde en la hoguera. Lo ha denunciado disimuladamente Aureliano, que fue por años su rival secreto en la docta refutación de los heresiarcas. Al término de su vida éste arderá del mismo modo en un incendio y sabrá en ese momento preciso que “ para la insondable divinidad él y Juan de Panonia formaban una sola persona”. Así el gaucho argentino Isidoro Cruz descubre que es una sola persona con el héroe fugitivo Martín Fierro, al que está persiguiendo por un pajonal, y se pone junto a él de un salto y combate con él. Identificaciones: y no sólo de caras sino de acontecimientos, de modo tal que un hecho que por cierto tiempo vuelve a vivir en la memoria que quiere redimirlo, se transmuta en otro hecho no menos auténtico que el hecho real y tiene derecho a transmutarse de tal modo también en la memoria ajena que realmente muere y renace junto con el hecho purificado y redimido. Es la historia de Pedro Damián (tan sutilmente suscitada por la de Pier Damiani), a quien en el momento de su muerte todos recuerdan de pronto como a un héroe; después de años vividos por él en la ignominia para “corregir” con la mente una vieja cobardía suya. En Emma Zunz —una idea que hubiera podido inspirar a Maupassant— una virgen se deja violar por un desconocido para vengar, con un delito fingido, un antiguo delito nunca castigado; no distingue, y con razón, entre los dos hechos, los dos acontecimientos son en realidad uno solo, y del segundo sólo son “falsas las circunstancias, la hora y uno o dos nombres propios”. Confluyen aquí las dos tesis concéntricas favoritas de Borges: la identidad última de toda cosa y el retorno cíclico de toda circunstancia posible, tal como cíclicamente fue sugerido, desde los pitagóricos hasta Nietzsche.


En algunos cuentos, el centro de tales universos especulares se encuentra naturalmente en un objeto sagrado, una suerte de sello de Salomón: fuente de éxtasis y de terror en la que todo lo existente se concentra y se resume. Borges tiene pocos temas y hasta pocos símbolos; pero son temas y símbolos polivalentes, inagotables por su misma naturaleza: el laberinto, el espejo, la ciudad, el jardín, el atlas, la escritura. El objeto sagrado los resume: es la síntesis de la síntesis, el concentrado, el mandala.


Es la moneda Zahir —une especie de “oso polar” en el que no se puede no pensar (pero pensar en ella conduce rápidamente a la locura). Son los tigres mágicos pintados por un mártir en las paredes de una prisión, “una especie de tigre infinito, hecho de muchos tigres de vertiginosa manera”. Son las manchas del jaguar en las que un antiguo sacerdote mexicano, encarcelado de por vida en una celda sin luz, descifra penosamente las palabras que expresan el universo, las palabras que “bastaría pronunciar para ser omnipotente” (pero, una vez descifradas esas palabras, ¿qué sentido puede tener ya ser omnipotente?). O es la sagrada letra Aleph, la letra alfa del alfabeto hebreo: un punto en el que convergen todos los puntos, donde todo está presente simultáneamente: vida y muerte, espacio y tiempo, corrupción y duración, éxtasis y horror, en una espiral de vértigo cósmico. “ Para la Cábala”, escribe Borges, “esa letra significa el En Soph, la ilimitada y pura divinidad; también se dijo que tiene la forma de un hombre que señala el cielo y la tierra, para indicar que el mundo inferior es el espejo y es el mapa del superior; para la Mengenlehre, es el símbolo de los números transfinitos, en los que el todo no es mayor que alguna de las partes”. Y también: “Tal vez quiso decir que no hay hecho, por humilde que sea, que no implique la historia universal y su infinita concatenación de efectos y causas. Tal vez quiso decir que el mundo visible se da entero en cada representación, de igual manera que la voluntad, según Schopenhauer, se da entera en cada sujeto”.


Todo, por lo tanto, es Uno. ¿Es esta la metafísica de Borges? ¿Y se puede hablar, para Borges, de metafísica? Hemos dicho cómo no duda en inclinarse sobre el vacío inescrutable, saludándolo con el nombre de Dios. Podríamos decir que, con reverencia igualmente impasible, se inclina sobre el instante. En un poema suyo, Del infierno y del cielo, afirma que el Juicio Final no decretará felicidad eterna o eterno tormento a los elegidos y a los réprobos, sino que pondrá delante de cada uno, por toda la eternidad, el rostro que su vida ha elegido y preservado (quizás el rostro del amor, quizás el del Tiempo); y la contemplación de ese rostro será Infierno para los réprobos, Paraíso para los elegidos. Quizás sea lícito aplicar a la obra entera de Borges la sentencia de un santo Aeternum est immediata et lucida fruitio rerum infinitarum.


Pero no debemos pensar que estas trágicas e iridiscentes composiciones sean una sucesión de fórmulas esotéricas. En cada historia hay una historia que recompone la unidad. Están los personajes, altivamente pérfidos o ciegamente sublimes, dibujados con una punta de diamante. Y están los innumerables laberintos reales: tanto Creta como Londres, tanto Bagdad como Buenos Aires. El milagro del Borges narrador reside en una especie de lenguaje innumerable, en el que la más perspicua de las figuras puede fluir sin pausa en otras mil, complicarse infinitamente en el tiempo y en el espacio, recorrer y animar toda una gama de correspondencias, metáforas, analogías cuyos límites no se alcanza a percibir; mientras que la más pura abstracción se materializa cada vez, por la magia del estilo, en un trazado esplendente y tangible como un tapiz o un atlas.


“Describir con extrema precisión física cosas físicamente imposibles”, escribió Hoffmannsthal, “ésa es la verdadera creación por medio de la palabra”. Borges quizás sea el único narrador vivo que aún es capaz de crear de ese modo. La importancia de su mundo y de su lenguaje —aparentemente tan desdeñoso de toda realidad objetiva que roza la frigidez del prisma— aumenta con el pavoroso aumento, en nosotros y en todo lo que nos propone la literatura, de esa misma realidad ya no mediata. En el bloque ciego, mutilado y macizo del siglo, Borges hace ligeramente, vertiginosamente una abertura: nos deja entrever una vez más el exterminado mundo que está detrás del verdadero y sin el cual el mundo verdadero será pronto un mundo espectral. Su gesto es semejante al de la maga persa que, echando granos de incienso en un brasero, “abría con ambas manos una puerta en el humo” —y por ella pasaban los prisioneros a los jardines y a los bosques que creían haber olvidado.


Traducción de Carlos Cámara y Miguel Ángel Frontán





domingo, 28 de marzo de 2010

De Madame de Sévigné a Madame de Grignan



De Madame de Sévigné à Madame de Grignan

A Paris, ce vendredi 6 février 1671.

Ma douleur seroit bien médiocre si je pouvois vous la dépeindre; je ne l'entreprendrai pas aussi. J'ai beau chercher ma chère fille, je ne la trouve plus, et tous les pas qu'elle fait l'éloignent de moi. Je m'en allai donc à Sainte-Marie, toujours pleurant et toujours mourant: il me sembloit qu'on m'arrachoit le cœur et l'âme; et en effet, quelle rude séparation! Je demandai la liberté d'être seule; on me mena dans la chambre de Mme du Housset, on me fit du feu; Agnès me regardoit sans me parler, c'étoit notre marché; j'y passé jusqu'à cinq heures sans cesser de sangloter: toutes mes pensées me faisoient mourir. J'écrivis à M. de Grignan, vous pouvez penser sur quel ton. J'allai ensuite chez Mme de La Fayette, qui redoubla mes douleurs par la part qu'elle y prit. Elle étoit seule, et malade, et triste de la mort d'une soeur religieuse: elle étoit comme je la pouvois désirer. M. de La Rochefoucauld y vint; on ne parla que de vous, de la raison que j'avais d'être touchée, et du dessein de parler comme il faut à Merlusine. Je vous réponds qu'elle sera bien relancée. D'Hacqueville vous rendra un bon compte de cette affaire. Je revins enfin à huit heures de chez Mme de La Fayette; mais en entrant ici, bon Dieu! comprenez-vous bien ce que je sentis en montant ce degré? Cette chambre où j'entrois toujours, hélas! j'en trouvai les portes ouvertes; mais je vis tout démeublé, tout dérangé, et votre pauvre petite fille qui me représentoit la mienne. Comprenez-vous bien tout ce que je souffris? Les réveils de la nuit ont été noirs, et le matin je n'étois point avancée d'un pas pour le repos de mon esprit. L'après-dînée se passa avec Mme de La Troche à l'Arsenal. Le soir, je reçus votre lettre, qui me remis dans les premiers transports, et ce soir j'achèverai celle-ci chez M. de Coulanges, où j'apprendrai des nouvelles; car pour moi, voilà ce que je sais, avec les douleurs de tous ceux que vous avez laissés ici. Toute ma lettre seroit pleine de compliments, si je le voulois.

Vendredi au soir.

J'ai appris chez Mme de Lavardin les nouvelles que je vous mande; et j'ai su par Mme de La Fayette qu'ils eurent hier une conversation avec Merlusine, dont le détail n'est pas aisé à écrire; mais enfin elle fut confondue et poussée à bout par l'horreur de son procédé, qui lui fut reproché sans aucun ménagement. Elle est fort heureuse du parti qu'on lui offre, et dont elle est demeurée d'accord: c'est de se taire très-religieusement et moyennant cela on ne la poussera pas à bout. Vous avez des amis qui ont pris vos intérêts avec beaucoup de chaleur; je ne vois que des gens qui vous aiment et vous estiment, et qui entrent bien aisément dans ma douleur. Je n'ai voulu aller encore que chez Mme de La Fayette. On s'empresse fort de me chercher, et de me vouloir prendre, et je crains cela comme la mort. Je vous conjure, ma chère fille, d'avoir soin de votre santé: conservez-la pour l'amour de moi, et ne vous abandonnez pas à ces cruelles négligences, dont il ne me semble pas qu'on puisse jamais revenir. Je vous embrasse avec une tendresse qui ne sauroit avoir d'égale, n'en déplaise à toutes les autres.

Le mariage de Mlle d'Haudancourt et de M. de Ventadour a été signé ce matin. L'abbé de Chambonnas a été nommé aussi ce matin à l'évêché de Lodève. Mme la Princesse partira le mercredi des Cendres pour Châteauroux, où Monsieur le Prince désire qu'elle fasse quelque séjour. M. de la Marguerie a la place du Conseil de M. d'Estampes qui est mort. Mme de Mazarin arrive ce soir à Paris; le Roi s'est déclaré son protecteur, et l'a envoyée quérir au Lys avec un exempt et huit gardes et un carrosse bien attelé.

Voici un trait d'ingratitude qui ne vous déplaira pas, et dont je veux faire mon profit, quand je ferai mon livre sur les grandes ingratitudes. Le Maréchal d'Albret a convaincu Mme d'Heudicourt, non seulement d'une bonne galanterie avec M. de Béthune, dont il avoit toujours voulu douter; mais d'avoir dit de lui et de Mme Scarron tous les maux qu'on peut imaginer. Il n'y a point de mauvais offices qu'elle n'ait tâché de rendre à l'un ou à l'autre, et cela est tellement avéré, que Mme Scarron ne la voit plus, ni tout l'hôtel de Richelieu. Voilà une femme bien abîmée; mais elle a cette consolation de n'y avoir pas contribué.





De Madame de Sévigné a Madame de Grignan

En París, viernes 6 de febrero de 1671.


Mi dolor sería muy mediocre si os lo pudiese describir; tampoco voy a intentarlo. Por más que busque a mi querida hija ya no la puedo encontrar, y todos los pasos que da la alejan de mí. Así pues, me fui a Santa María, siempre llorando, siempre muriéndome: me parecía que me arrancaban el corazón y el alma; y, en efecto, ¡qué ruda separación! Pedí la libertad de estar sola; y me llevaron a la habitación de Madame du Housset, encendieron el fuego; Agnès me miraba sin hablarme, era ese nuestro pacto; allí estuve hasta las cinco sin cesar de sollozar: todos mis pensamientos me hacían morir. Escribí a Monsieur de Grignan, podéis imaginaros en qué tono. Luego fui a casa de Madame de La Fayette quien duplicó mis dolores por la parte que tomaba en ellos. Se encontraba sola, y enferma, y triste por la muerte de una hermana religiosa: se encontraba como yo podía desearla. Monsieur de La Rochefoucauld llegó; se habló de vos, de la razón que yo tenía para estar conmovida, y de mi propósito de hablar como es debido con Merlusine. Os respondo de que será bien regañada. D'Hacqueville os hará un buen resumen de este asunto. Al fin, a las ocho, volví de la casa de Madame de La Fayette; pero al entrar aquí ¡Dios mío! ¿comprendéis lo que sentí al subir ese escalón? Esta habitación donde yo entraba siempre, ¡ay! encontré las puertas abiertas; pero vi todo sin muebles, todo en desorden; y vuestra pobre pequeña niña que me hacía acordar de la mía. ¿Comprendéis todo lo que sufrí? Los despertares de la noche fueron negros y a la mañana no había avanzado un paso en lo que concierne al reposo de mi alma. Las primeras horas de la tarde las pasé en el Arsenal con Madame de la Troche. Al final del día, recibí vuestra carta que me produjo los primeros éxtasis, y esta noche terminaré ésta en casa de Monsieur de Coulanges donde voy a recibir noticias vuestras; ya que en lo que a mí respecta, esto es todo lo que sé, junto con el dolor de todos aquellos que habéis dejado aquí. Toda mi carta estaría llena de elogios si yo lo quisiese.

Viernes por la noche.

Me enteré en casa de Madame de Lavardin de las noticias que os envío; y he sabido gracias a Madame de La Fayette que ayer tuvieron, junto con Monsieur de La Rochefoucauld, una conversación con Merlusine cuyos detalles no son fáciles de escribir; pero se siente, en fin, avergonzada y acusada por el horror de su conducta, cosa que le fue reprochada sin ninguna consideración. Se siente felicísima con lo que se le propone y ha estado de acuerdo con ello: es decir, callarse muy religiosamente, en recompensa de lo cual no la acusaremos más. Tenéis amigos que han defendido vuestros intereses con pasión: yo no veo sino gente que os ama y os estima, y que comprende fácilmente mi dolor. Hasta ahora sólo he querido ir a casa de Madame de La Fayette. Se dan mucha prisa en buscarme y en querer hacerme invitaciones, y yo temo eso como a la muerte. Os conjuro, mi querida hija, a ser cuidadosa con vuestra salud: conservadla por amor a mí, y no os abandonéis a esas crueles negligencias de las cuales no me parece que sea posible volver jamás. Os beso con una ternura que no podría hallar una que la iguale, aunque mucho les pese a todas las otras.
El casamiento de Mademoiselle d'Haudancourt y de Monsieur de Ventadour ha sido firmado esta mañana. El abate de Chambonnas ha sido nombrado, también esta mañana, al obispado de Lodève. La señora Princesa partirá el miércoles de ceniza para Châteauroux donde el señor Príncipe desea que ella haga una estadía. Monsieur de La Margerie obtuvo el puesto en el Consejo de Monsieur d'Estampes que ha muerto. Madame de Mazarin llega esta noche a París; el Rey se ha proclamado su protector y la ha mandado a buscar al Lys con un oficial y ocho guardias, y una carroza con buenos caballos.

He aquí un rasgo de ingratitud que no os desagradará y del cual sacaré provecho cuando haga mi libro sobre las grandes ingratitudes. El mariscal D'Albret ha demostrado que Madame d'Heudicourt es culpable no solamente de una buena historia amorosa con Monsieur de Béthune, de la cual él siempre insistió en dudar, sino también de haber dicho de él y de Madame Scarron todos los males que puedan imaginarse. No hay ningún mal servicio que no haya intentado brindarles tanto a uno como a la otra, y esto es tan cierto que Madame Scarron no la frecuenta más, ni nadie del hotel de Richelieu. Es ésa una mujer muy hundida; pero le queda la consolación de no haber contribuido a ello en nada.





Traducción de Miguel Ángel Frontán


sábado, 27 de marzo de 2010

Variaciones sobre Proust

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Longtemps, je me suis couché de bonne heure.


Longtemps, je me suis couché de bonne heure. Parfois, à peine ma bougie éteinte, mes yeux se fermaient si vite que je n'avais pas le temps de me dire : « Je m'endors. » Et, une demi-heure après, la pensée qu'il était temps de chercher le sommeil m'éveillait ; je voulais poser le volume que je croyais avoir encore dans les mains et souffler ma lumière ; je n'avais pas cessé en dormant de faire des réflexions sur ce que je venais de lire, mais ces réflexions avaient pris un tour un peu particulier ; il me semblait que j'étais moi-même ce dont parlait l'ouvrage : une église, un quatuor, la rivalité de François Ier et de Charles-Quint. Cette croyance survivait pendant quelques secondes à mon réveil ; elle ne choquait pas ma raison, mais pesait comme des écailles sur mes yeux et les empêchait de se rendre compte que le bougeoir n'était plus allumé. Puis elle commençait à me devenir inintelligible, comme après la métempsycose les pensées d'une existence antérieure ; le sujet du livre se détachait de moi, j'étais libre de m'y appliquer ou non ; aussitôt je recouvrais la vue et j'étais bien étonné de trouver autour de moi une obscurité, douce et reposante pour mes yeux, mais peut-être plus encore pour mon esprit, à qui elle apparaissait comme une chose sans cause, incompréhensible, comme une chose vraiment obscure. Je me demandais quelle heure il pouvait être ; j'entendais le sifflement des trains qui, plus ou moins éloigné, comme le chant d'un oiseau dans une forêt, relevant les distances, me décrivait l'étendue de la campagne déserte où le voyageur se hâte vers la station prochaine ; et le petit chemin qu'il suit va être gravé dans son souvenir par l'excitation qu'il doit à des lieux nouveaux, à des actes inaccoutumés, à la causerie récente et aux adieux sous la lampe étrangère qui le suivent encore dans le silence de la nuit, à la douceur prochaine du retour.


DU CÔTÉ DE CHEZ SWANN




For a long time I used to go to bed early.


For a long time I used to go to bed early. Sometimes, when I had put out my candle, my eyes would close so quickly that I had not even time to say “I’m going to sleep.” And half an hour later the thought that it was time to go to sleep would awaken me; I would try to put away the book which, I imagined, was still in my hands, and to blow out the light; I had been thinking all the time, while I was asleep, of what I had just been reading, but my thoughts had run into a channel of their own, until I myself seemed actually to have become the subject of my book: a church, a quartet, the rivalry between François I and Charles V. This impression would persist for some moments after I was awake; it did not disturb my mind, but it lay like scales upon my eyes and prevented them from registering the fact that the candle was no longer burning. Then it would begin to seem unintelligible, as the thoughts of a former existence must be to a reincarnate spirit; the subject of my book would separate itself from me, leaving me free to choose whether I would form part of it or no; and at the same time my sight would return and I would be astonished to find myself in a state of darkness, pleasant and restful enough for the eyes, and even more, perhaps, for my mind, to which it appeared incomprehensible, without a cause, a matter dark indeed.


I would ask myself what o’clock it could be; I could hear the whistling of trains, which, now nearer and now farther off, punctuating the distance like the note of a bird in a forest, shewed me in perspective the deserted countryside through which a traveller would be hurrying towards the nearest station: the path that he followed being fixed for ever in his memory by the general excitement due to being in a strange place, to doing unusual things, to the last words of conversation, to farewells exchanged beneath an unfamiliar lamp which echoed still in his ears amid the silence of the night; and to the delightful prospect of being once again at home.


(Traducción de Charles Kenneth Scott Moncrieff)


Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera.


Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera. A volte, appena spenta la candela, gli occhi mi si chiudevano così in fretta che nemmeno avevo il tempo di dire a me stesso : « M’addormento ». E, una mezz’ora più tardi, il pensiero che era tempo di cercar sonno mi ridestava ; volevo posare il libro che credevo di avere ancora fra le mani, e soffiare sul lume ; non avevo smesso, dormendo, di ragionare su ciò che avevo appena letto, ma quelle riflessioni avevano preso una piega un po’ particolare ; mi sembrava d’essere io stesso l’oggetto di cui il libro si occupava : una chiesa, un quartetto, la rivalità fra Francesco I e Carlo V. Questa convinzione sopravviveva ancora qualche istante al mio risveglio ; non offendeva la mia ragione, ma premeva sui miei occhi come una squama e impediva loro di rendersi conto che la candela non era più accesa. Poi, cominciava ad apparirmi inintelligibile, come, dopo la metempsicosi, i pensieri di un’esistenza anteriore ; l’argomento del libro si staccava da me, ero libero di pensarci o meno ; ma subito recuperavo la vista ed ero molto stupito di trovare intorno a me un’oscurità dolce e riposante per i miei occhi, ma forse più ancora per l’animo mio, al quale essa appariva come una cosa senza ragione, incomprensibile, un che di veramente oscuro. Mi domandavo che ora potesse essere ; udivo il fischio dei treni che, più o meno di lontano, come il canto di un uccello in una foresta, segnando le distanze, mi descriveva la distesa della campagna deserta, dove il viaggiatore si affretta verso la stazione più vicina ; e il sentiero che percorre gli resterà impresso nella memoria per l’eccitazione che suscitano in lui luoghi nuovi, gesti inconsueti, i discorsi appena fatti, gli addii sotto la lampada estranea che lo seguono ancora nel silenzio della notte, la dolcezza prossima del ritorno.


(Traducción de Paolo Pinto)


Mucho tiempo he estado acostándome temprano.


Mucho tiempo he estado acostándome temprano. A veces apenas había apagado la bujía, cerrábanse mis ojos tan presto, que ni tiempo tenía para decirme: «Ya me duermo» . Y media hora después despertábame la idea de que ya era hora de ir a buscar el sueño; quería dejar el libro, que se me figuraba tener aún entre las manos, y apagar de un soplo la luz; durante mi sueño no había cesado de reflexionar sobre lo recién leído, pero era muy particular el tono que tomaban esas reflexiones, porque me parecía que yo pasaba a convertirme en el tema de la obra, en una iglesia, en un cuarteto, en la rivalidad de Francisco I y Carlos V. Esta figuración me duraba aún unos segundos después de haberme despertado: no repugnaba a mi razón, pero gravitaba como unas escamas sobre mis ojos sin dejarlos darse cuenta de que la vela ya no estaba encendida. Y luego comenzaba a hacérseme ininteligible, lo mismo que después de la metempsicosis pierden su sentido, los pensamientos de una vida anterior; el asunto del libro se desprendía de mi personalidad y yo ya quedaba libre de adaptarme o no a él; en seguida recobraba la visión, todo extrañado de encontrar en torno mío una oscuridad suave y descansada para mis ojos, y aun más quizá para mi espíritu, al cual se aparecía esta oscuridad como una cosa sin causa, incomprensible, verdaderamente oscura. Me preguntaba qué hora sería; oía el silbar de los trenes que, más o menos en la lejanía, y señalando las distancias, como el canto de un pájaro en el bosque, me describía la extensión de los campos desiertos, por donde un viandante marcha de prisa hacía la estación cercana; y el caminito que recorre se va a grabar en su , recuerdo por la excitación que le dan los lugares nuevos, los actos desusados, la charla reciente, los adioses de la despedida que le acompañan aún en el silencio de la noche, y la dulzura próxima del retorno.


(Traducción de Pedro Salinas)




Me he acostado temprano, hace mucho.


Me he acostado temprano, hace mucho. A veces, nada más apagada la vela, mis ojos se cerraban tan deprisa que no tenía tiempo de decirme: ‹‹Estoy durmiéndome››. Y media hora después me despertaba la idea de que ya era hora de buscar el sueño: quería dejar el libro que aún creía tener en las manos y matar mi luz; no había dejado de reflexionar sobre lo que acababa de leer mientras dormía, pero esas reflexiones habían tomado un giro algo peculiar: me parecía ser yo mismo entre Francisco I y Carlos Quinto. Esa creencia sobrevivía unos segundos a mi despertar: no chocaba a ni razón, pero pesaba como escamas sobre mis ojos y les impedía darse cuenta de que la vela ya no estaba encendida. Empezaba luego a volvérseme ininteligible, como los pensamientos de una existencia anterior después de la metempsícosis; el asunto del libro se desprendía de mí, y yo era libre de aplicarme o no a él; enseguida recuperaba la visión y quedaba atónito al encontrar en torno mío una oscuridad dulce y sosegada para mis ojos, aunque más todavía quizá para mi mente, a la que se presentaba como algo sin causa, incomprensible, como algo verdaderamente oscuro. Me preguntaba que hora podía ser; oía el pitido de los trenes que, más o menos lejano, como el canto de un pájaro en un bosque, determinando las distancias, me describía la extensión del campo desierto donde el viajero se apresura hacia la estación cercana; y el sendero que sigue ha de quedar grabado en su recuerdo por la excitación que debe a unos lugares nuevos, a unos hechos insólitos, a la reciente charla y la despedida bajo la lámpara extraña que todavía le siguen en el silencio de la noche, a la dulzura próxima del regreso.


(Traducción de Mauro Armiño)


Durante mucho tiempo, me acosté temprano.


Durante mucho tiempo, me acosté temprano. A veces, nada más apagar la vela, los ojos se me cerraban tan deprisa, que no tenía tiempo de decirme : « Me duermo ». Y, media hora después, al pensar que ya era hora de buscar el sueño, me despertaba ; quería dejar el volumen que creía tener aún en las manos y apagar de un soplo la luz ; mientras dormía, no había cesado de reflexionar sobre lo que acababa de leer, pero esas reflexiones habían cobrado un cariz algo particular ; me parecía que era yo mismo aquello de lo que hablaba la obra : una iglesia, un cuarteto, la rivalidad entre Francisco I y Carlos V. Esa impresión sobrevivía unos segundos a mi despertar ; no repugnaba a mi razón, pero me pesaba como escamas sobre los ojos y les impedía advertir que la palmatoria ya no estaba encendida. Después empezaba a resultarme ininteligible, como tras la metempsícosis los pensamientos de una vida anterior ; el asunto del libro se separaba de mí y me sentía libre para prestarle o no atención ; en seguida recobraba la visión y me resultaba extrañísimo encontrar a mi alrededor una obscuridad suave y relajante para mis ojos, pero tal vez más aún para mi espíritu, al que parecía cosa sin motivo, incomprensible, algo en verdad velado. Me preguntaba qué hora podía ser ; oía el pitido de los trenes, más o menos lejano, como el canto de un pájaro en un bosque, que, al indicar las distancias, me describía la extensión del campo desierto por el que se apresura hacia la cercana estación el viajero, a quien – con la excitación procurada por lugares nuevos, actos inhabituales, la charla reciente y las despedidas bajo una lámpara ajena, que aún lo acompañan en el silencio de la noche, y la cercana dulzura del regreso – el caminito recorrido se le quedará grabado en la memoria.


(Traducción de Carlos Manzano de Frutos)

jueves, 25 de marzo de 2010

Enrique Santos Discépolo y Jacques Ancet


EL CHOCLO

Con este tango que es burlón y compadrito
se ató dos alas la ambición de mi suburbio;
con este tango nació el tango, y como un grito
salió del sórdido barrial buscando el cielo;
conjuro extraño de un amor hecho cadencia
que abrió caminos sin más ley que la esperanza,
mezcla de rabia, de dolor, de fe, de ausencia
llorando en la inocencia de un ritmo juguetón.

Por tu milagro de notas agoreras
nacieron, sin pensarlo, las paicas y las grelas,
luna de charcos, canyengue en las caderas
y un ansia fiera en la manera de querer...

Al evocarte, tango querido,
siento que tiemblan las baldosas de un bailongo
y oigo el rezongo de mi pasado...
Hoy, que no tengo más a mi madre,
siento que llega en punta 'e pie para besarme
cuando tu canto nace al son de un bandoneón.

Carancanfunfa se hizo al mar con tu bandera
y en un pernó mezcló a París con Puente Alsina.
Triste compadre del gavión y de la mina
y hasta comadre del bacán y la pebeta.
Por vos shusheta, cana, reo y mishiadura
se hicieron voces al nacer con tu destino...
¡Misa de faldas, querosén, tajo y cuchillo,
que ardió en los conventillos y ardió en mi corazón.

ENRIQUE SANTOS DISCÉPOLO

El choclo por TITA MERELLO


EL CHOCLO

Avec ce tango qu’est gouailleur, gouape et crâneur
les ambitions de mon faubourg ont pris des ailes.
Avec ce tango fut le tango et sa clameur
est montée du quartier sordide jusqu’au ciel.
Charme troublant d’un amour qui se fit cadence
s’ouvrit sa voie sans autre loi que l’espérance,
mêlant rage et absence et la foi, la douleur,
pleurant dans l’innocenc’ d’un rythme rigoleur.


Dans le miracle de tes notes et leurs promesses
sont nées sans y penser les nanas, les gonzesses,
lune des flaques, déhanchement, caresses
et un désir brutal dans la façon d’aimer.

Si je t’évoque ô tango bien aimé
je sens trembler une guinguette sous mes pieds
et j’entends ronchonner tout mon passé.
A présent que ma mèr’ s’en est allée
je la sens qui vient à pas de loup m’embrasser
lorsque ton chant s’élève au son du bandonéon.


Caracanfunfa a pris la mer sous ta bannière
dans un Pernod mêlé Paris à Buenos-Aires,
tu t’es fait parrain du tombeur, de la putain,
marraine même de la môme et du rupin.
Par toi flambeuse, frime, clodo, taule et dèche,
se firent un nom en devenant ton aventure,
messe de jupes kérosèn’, couteaux, blessures,
brûlant dans les taudis et brûlant dans mon cœur.


JACQUES ANCET

miércoles, 24 de marzo de 2010

Joachim du Bellay, John Payne y Luis Antonio de Villena



Ceux qui sont amoureux, leurs amours chanteront...

Ceux qui sont amoureux, leurs amours chanteront,
Ceux qui aiment l'honneur, chanteront de la gloire,
Ceux qui sont près du roi, publieront sa victoire,
Ceux qui sont courtisans, leurs faveurs vanteront,

Ceux qui aiment les arts, les sciences diront,
Ceux qui sont vertueux, pour tels se feront croire,
Ceux qui aiment le vin, deviseront de boire,
Ceux qui sont de loisir, de fables écriront,

Ceux qui sont médisants, se plairont à médire,
Ceux qui sont moins fâcheux, diront des mots pour rire,
Ceux qui sont plus vaillants, vanteront leur valeur,

Ceux qui se plaisent trop, chanteront leur louange,
Ceux qui veulent flatter, feront d'un diable un ange :
Moi, qui suis malheureux, je plaindrai mon malheur.

JOACHIM DU BELLAY


For those who are in love...

For those who are in love, let them their loves to sing
And those who honour Love His name with praises greet;
Let those who’re near the prince proclaim his foes’ defeat
And those who’re courtiers boast the favours of their king.

Those who affect the arts shall praise to science bring;
The virtuous to men their virtues shall repeat;
Those who love wine of wine and drunkennes shall treat
And those shall fables write who’ve leisure for the thing.

Those who in speaking ill take pleasure shall missay
And kindlier folk with jests the time shall pass away;
The valorous upon the valorousness glose;
Those who vainglorious are themselves for theme shall take

And flatteres no less of devils angels make:
But I, who woeful am, I’ll plain me of my woes.

JOHN PAYNE


Los que están enamorados, cantarán sus amores...

Los que están enamorados, cantarán sus amores,
los que buscan honor, cantarán de la gloria,
los que están junto al Rey dirán de su victoria,
los que son cortesanos ensalzarán favores:

Los que gustan de artes, hablarán de sus ciencias,
los que son virtuosos se harán tomar por tales,
los que frecuentan vino, parlotearán de vinos,
los que viven en ocio, escribirán las fábulas,

los que son maldicientes irán a maldecir ,
los menos enojosos hablarán de reír ,
los que son más valientes pregonarán hazañas,

y los que se estiman mucho cantarán su alabanza,
los que sin tino adulan harán ángel al diablo:
Yo que soy desgraciado, lloraré en mi desgracia.

LUIS ANTONIO DE VILLENA

martes, 23 de marzo de 2010

Víctor Hugo y Andrés Holguín



OCEANO NOX

Oh ! combien de marins, combien de capitaines
Qui sont partis joyeux pour des courses lointaines,
Dans ce morne horizon se sont évanouis !
Combien ont disparu, dure et triste fortune !
Dans une mer sans fond, par une nuit sans lune,
Sous l'aveugle océan à jamais enfouis !

Combien de patrons morts avec leurs équipages !
L'ouragan de leur vie a pris toutes les pages
Et d'un souffle il a tout dispersé sur les flots !
Nul ne saura leur fin dans l'abîme plongée.
Chaque vague en passant d'un butin s'est chargée ;
L'une a saisi l'esquif, l'autre les matelots !

Nul ne sait votre sort, pauvres têtes perdues !
Vous roulez à travers les sombres étendues,
Heurtant de vos fronts morts des écueils inconnus.
Oh ! que de vieux parents, qui n'avaient plus qu'un rêve,
Sont morts en attendant tous les jours sur la grève
Ceux qui ne sont pas revenus !

On s'entretient de vous parfois dans les veillées.
Maint joyeux cercle, assis sur des ancres rouillées,
Mêle encor quelque temps vos noms d'ombre couverts
Aux rires, aux refrains, aux récits d'aventures,
Aux baisers qu'on dérobe à vos belles futures,
Tandis que vous dormez dans les goémons verts !

On demande : - Où sont-ils ? sont-ils rois dans quelque île ?
Nous ont-ils délaissés pour un bord plus fertile ? -
Puis votre souvenir même est enseveli.
Le corps se perd dans l'eau, le nom dans la mémoire.
Le temps, qui sur toute ombre en verse une plus noire,
Sur le sombre océan jette le sombre oubli.

Bientôt des yeux de tous votre ombre est disparue.
L'un n'a-t-il pas sa barque et l'autre sa charrue ?
Seules, durant ces nuits où l'orage est vainqueur,
Vos veuves aux fronts blancs, lasses de vous attendre,
Parlent encor de vous en remuant la cendre
De leur foyer et de leur coeur !

Et quand la tombe enfin a fermé leur paupière,
Rien ne sait plus vos noms, pas même une humble pierre
Dans l'étroit cimetière où l'écho nous répond,
Pas même un saule vert qui s'effeuille à l'automne,
Pas même la chanson naïve et monotone
Que chante un mendiant à l'angle d'un vieux pont !

Où sont-ils, les marins sombrés dans les nuits noires ?
O flots, que vous savez de lugubres histoires !
Flots profonds redoutés des mères à genoux !
Vous vous les racontez en montant les marées,
Et c'est ce qui vous fait ces voix désespérées
Que vous avez le soir quand vous venez vers nous!




OCEANO NOX

¡Ay!, ¡cuántos capitanes y cuántos marineros
que buscaron, alegres, distantes derroteros,
se eclipsaron un día tras el confín lejano!
Cuántos ¡ay!, se perdieron, dura y triste fortuna,
en este mar sin fondo, entre sombras sin luna,
y hoy duermen para siempre bajo el ciego oceano.

¡Cuántos pilotos muertos con sus tripulaciones!
La hojas de sus vidas robaron los tifones
y esparciolas un soplo en las ondas gigantes.
Nadie sabrá su muerte en este abismo amargo.
Al pasar, cada ola de un botín se hizo cargo:
una cogió el esquife y otra los tripulantes.

Se ignora vuestra suerte, oh cabezas perdidas
que rodáis por las negras regiones escondidas
golpeando vuestras frentes contra escollos ignotos.
¡Cuántos padres vivían de un sueño solamente
y en las playas murieron esperando al ausente
que no regresó nunca de los mares remotos!

En las veladas hablan a veces de vosotros.
Sentados en las anclas, unos fuman y otros
enlazan vuestros nombres -ya de sombra cubierta-
a risas, a canciones, a historias divertidas,
o a los besos robados a vuestras prometidas,
¡mientras dormís vosotros entre las algas yertos!

Preguntan: «¿Dónde se hallan? ¿Triunfaron? ¿Son felices?
¿Nos dejaron por otros más fértiles países?»
Después, vuestro recuerdo mismo queda perdido.
Se traga el mar el cuerpo y el nombre la memoria.
Sombras sobre las sombras acumula la historia
y sobre el negro océano se extiende el negro olvido.

Pronto queda el recuerdo totalmente borrado.
¿No tiene uno su barca, no tiene otro su arado?
Tan sólo vuestras viudas, en noches de ciclones,
aún hablan de vosotros-ya de esperar cansadas-
moviendo así las tristes cenizas apagadas
de sus hogares muertos y de sus corazones.

Y cuando al fin la tumba los párpados les cierra,
nada os recuerda, nada, ni una piedra en la tierra
del cementerio aldeano donde el eco responde,
ni un ciprés amarillo que el otoño marchita,
ni la canción monótona que un mendigo musita
bajo un puente ya en ruinas que su dolor esconde.

¿En dónde están los náufragos de las noches oscuras?
¡Sabéis vosotras, ¡olas! , siniestras aventuras,
olas que en vano imploran las madres de rodillas!
¡Las contáis cuando avanza la marea ascendente
y esto es lo que os da aquella voz amarga y doliente
con que lloráis de noche golpeando en las orillas!

Traducción de ANDRÉS HOLGUÍN

domingo, 21 de marzo de 2010

Borges y Jacques Ancet




LOS RÍOS

Somos el tiempo. Somos la famosa
parábola de Heráclito el Oscuro.
Somos el agua, no el diamante duro,
la que se pierde, no la que reposa.

Somos el río y somos aquel griego
que se mira en el río. Su reflejo
cambia en el agua del cambiante espejo,
en el cristal que cambia como el fuego.

Somos el vano río prefijado,
rumbo a su mar. La sombra lo ha cercado.
Todo nos dijo adiós, todo se aleja.

La memoria no acuña su moneda.
Y sin embargo hay algo que se queda
y sin embargo hay algo que se queja.

JORGE LUIS BORGES


LES FLEUVES

Nous sommes temps. Nous sommes la fameuse
parabole d'Héraclite l'Obscur,
nous sommes l'eau, non pas le diamant dur,
l'eau qui se perd et non pas l'eau dormeuse.

Nous sommes fleuve et nous sommes les yeux
du grec qui vient dans le fleuve se voir.
Son reflet change en ce changeant miroir,
dans le cristal changeant comme le feu.

Nous sommes le vain fleuve tout tracé,
droit vers sa mer. L'ombre l'a enlacé.
Tout nous a dit adieu et tout s'enfuit

La mémoire ne trace aucun sillon.
Et cependant quelque chose tient bon.
Et cependant quelque chose gémit.

Traducción de JACQUES ANCET

viernes, 19 de marzo de 2010

Charles Perrault: La bella durmiente del bosque


LA BELLE AU BOIS DORMANT


Audio par OLIVIER PONTREAU


Il était une fois un Roi et une Reine, qui étaient si fâchés de n'avoir point d'enfants, si fâchés qu'on ne saurait dire. Ils allèrent à toutes les eaux du monde ; voeux, pèlerinages, menues dévotions, tout fut mis en oeuvre, et rien n'y faisait. Enfin pourtant la Reine devint grosse, et accoucha d'une fille : on fit un beau Baptême ; on donna pour Marraines à la petite Princesse toutes les Fées qu'on pût trouver dans le Pays (il s'en trouva sept), afin que chacune d'elles lui faisant un don, comme c'était la coutume des Fées en ce temps-là, la Princesse eût par ce moyen toutes les perfections imaginables. Après les cérémonies du Baptême toute la compagnie revint au Palais du Roi, où il y avait un grand festin pour les Fées. On mit devant chacune d'elles un couvert magnifique, avec un étui d'or massif, où il y avait une cuiller une fourchette, et un couteau de fin or garni de diamants et de rubis.


Mais comme chacun prenait sa place à table, on vit entrer une vieille Fée qu'on n'avait point priée parce qu'il y avait plus de cinquante ans qu'elle n'était sortie d'une Tour et qu'on la croyait morte, ou enchantée. Le Roi lui fit donner un couvert, mais il n'y eut pas moyen de lui donner un étui d'or massif, comme aux autres, parce que l'on n'en avait fait faire que sept pour les sept Fées. La vieille crut qu'on la méprisait, et grommela quelques menaces entre ses dents. Une des jeunes Fées qui se trouva auprès d'elle l'entendit, et jugeant qu'elle pourrait donner quelque fâcheux don à la petite Princesse, alla dès qu'on fut sorti de table se cacher derrière la tapisserie, afin de parler la dernière, et de pouvoir réparer autant qu'il lui serait possible le mal que la vieille aurait fait.


Cependant les Fées commencèrent à faire leurs dons à la Princesse. La plus jeune donna pour don qu'elle serait la plus belle personne du monde, celle d'après qu'elle aurait de l'esprit comme un Ange, la troisième qu'elle aurait une grâce admirable à tout ce qu'elle ferait, la quatrième qu'elle danserait parfaitement bien, la cinquième qu'elle chanterait comme un Rossignol, et la sixième qu'elle jouerait de toutes sortes d'instruments dans la dernière perfection. Le rang de la vieille Fée étant venu, elle dit, en branlant la tête encore plus de dépit que de vieillesse, que la Princesse se percerait la main d'un fuseau, et qu'elle en mourrait. Ce terrible don fit frémir toute la compagnie, et il n'y eut personne qui ne pleurât.


Dans ce moment la jeune Fée sortit de derrière la tapisserie, et dit tout haut ces paroles : Rassurez-vous, Roi et Reine, votre fille n'en mourra pas ; il est vrai que je n'ai pas assez de puissance pour défaire entièrement ce que mon ancienne a fait. La Princesse se percera la main d'un fuseau ; mais au lieu d'en mourir elle tombera seulement dans un profond sommeil qui durera cent ans, au bout desquels le fils d'un Roi viendra la réveiller. Le Roi, pour tâcher d'éviter le malheur annoncé par la vieille, fit publier aussitôt un édit, par lequel il défendait à toutes personnes de filer au fuseau, ni d'avoir des fuseaux chez soi sur peine de la vie. Au bout de quinze ou seize ans, le Roi et la Reine étant allés à une de leurs Maisons de plaisance, il arriva que la jeune Princesse courant un jour dans le Château, et montant de chambre en chambre, alla jusqu'au haut d'un donjon dans un petit galetas, où une bonne Vieille était seule à filer sa quenouille.


Cette bonne femme n'avait point ouï parler des défenses que le Roi avait faites de filer au fuseau. Que faites-vous là, ma bonne femme ? dit la Princesse. Je file, ma belle enfant, lui répondit la vieille qui ne la connaissait pas. Ah ! que cela est joli, reprit la Princesse, comment faites-vous ? donnez-moi que je voie si j'en ferais bien autant. Elle n'eut pas plus tôt pris le fuseau, que comme elle était fort vive, un peu étourdie, et que d'ailleurs l'Arrêt des Fées l'ordonnait ainsi, elle s'en perça la main, et tomba évanouie. La bonne Vieille, bien embarrassée, crie au secours : on vient de tous côtés, on jette de l'eau au visage de la Princesse, on la délace, on lui frappe dans les mains, on lui frotte les tempes avec de l'eau de la reine de Hongrie, mais rien ne la faisait revenir. Alors, le Roi, qui était monté au bruit, se souvint de la prédiction des Fées, et jugeant bien qu'il fallait que cela arrivât, puisque les Fées l'avaient dit, fit mettre la Princesse dans le plus bel appartement du Palais, sur un lit en broderie d'or et d'argent. On eût dit d'un Ange, tant elle était belle ; car son évanouissement n'avait pas ôté les couleurs vives de son teint : ses joues étaient incarnates, et ses lèvres comme du corail ; elle avait seulement les yeux fermés, mais on l'entendait respirer doucement, ce qui faisait voir qu'elle n'était pas morte. Le Roi ordonna qu'on la laissât dormir en repos, jusqu'à ce que son heure de se réveiller fût venue. La bonne Fée qui lui avait sauvé la vie, en la condamnant à dormir cent ans, était dans le Royaume de Mataquin, à douze mille lieues de là, lorsque l'accident arriva à la Princesse ; mais elle en fut avertie en un instant par un petit Nain, qui avait des bottes de sept lieues (c'était des bottes avec lesquelles on faisait sept lieues d'une seule enjambée).


La Fée partit aussitôt, et on la vit au bout d'une heure arriver dans un chariot tout de feu, traîné par des dragons. Le Roi lui alla présenter la main à la descente du chariot. Elle approuva tout ce qu'il avait fait ; mais comme elle était grandement prévoyante, elle pensa que quand la Princesse viendrait à se réveiller elle serait bien embarrassée toute seule dans ce vieux Château : voici ce qu'elle fit.


Elle toucha de sa baguette tout ce qui était dans ce Château (hors le Roi et la Reine), Gouvernantes, Filles d'Honneur, Femmes de Chambre, Gentilshommes, Officiers, Maîtres d'Hôtel, Cuisiniers, Marmitons, Galopins, Gardes, Suisses, Pages, Valets de pied ; elle toucha aussi tous les chevaux qui étaient dans les Écuries, avec les Palefreniers, les gros mâtins de basse-cour et la petite Pouffe, petite chienne de la Princesse, qui était auprès d'elle sur son lit. Dès qu'elle les eut touchés, ils s'endormirent tous, pour ne se réveiller qu'en même temps que leur Maîtresse, afin d'être tout prêts à la servir quand elle en aurait besoin ; les broches mêmes qui étaient au feu toutes pleines de perdrix et de faisans s'endormirent, et le feu aussi. Tout cela se fit en un moment ; les Fées n'étaient pas longues à leur besogne. Alors le Roi et la Reine, après avoir baisé leur chère enfant sans qu'elle s'éveillât, sortirent du Château, et firent publier des défenses à qui que ce soit d'en approcher. Ces défenses n'étaient pas nécessaires, car il crût dans un quart d'heure tout autour du parc une si grande quantité de grands arbres et de petits, de ronces et d'épines entrelacées les unes dans les autres, que bête ni homme n'y aurait pu passer : en sorte qu'on ne voyait plus que le haut des Tours du Château, encore n'était-ce que de bien loin.


On ne douta point que la Fée n'eût encore fait là un tour de son métier afin que la Princesse, pendant qu'elle dormirait, n'eût rien à craindre des Curieux.


Au bout de cent ans, le Fils du Roi qui régnait alors, et qui était d'une autre famille que la Princesse endormie, étant allé à la chasse de ce côté-là, demanda ce que c'était que ces Tours qu'il voyait au-dessus d'un grand bois fort épais ; chacun lui répondit selon qu'il en avait ouï parler. Les uns disaient que c'était un vieux Château où il revenait des Esprits ; les autres que tous les Sorciers de la contrée y faisaient leur sabbat. La plus commune opinion était qu'un Ogre y demeurait, et que là il emportait tous les enfants qu'il pouvait attraper, pour les pouvoir manger à son aise, et sans qu'on le pût suivre, ayant seul le pouvoir de se faire un passage au travers du bois.


Le Prince ne savait qu'en croire, lorsqu'un vieux Paysan prit la parole, et lui dit : Mon Prince, il y a plus de cinquante ans que j'ai ouï dire à mon père qu'il y avait dans ce Château une Princesse, la plus belle du monde ; qu'elle y devait dormir cent ans, et qu'elle serait réveillée par le fils d'un Roi, à qui elle était réservée. Le jeune Prince, à ce discours, se sentit tout de feu ; il crut sans balancer qu'il mettrait fin à une si belle aventure ; et poussé par l'amour et par la gloire, il résolut de voir sur-le-champ ce qui en était. À peine s'avança-t-il vers le bois, que tous ces grands arbres, ces ronces et ces épines s'écartèrent d'elles-mêmes pour le laisser passer : il marche vers le Château qu'il voyait au bout d'une grande avenue où il entra, et ce qui le surprit un peu, il vit que personne de ses gens ne l'avait pu suivre, parce que les arbres s'étaient rapprochés dès qu'il avait été passé.


Il ne laissa pas de continuer son chemin : un Prince jeune et amoureux est toujours vaillant. Il entra dans une grande avant-cour où tout ce qu'il vit d'abord était capable de le glacer de crainte : c'était un silence affreux, l'image de la mort s'y présentait partout, et ce n'était que des corps étendus d'hommes et d'animaux, qui paraissaient morts.


Il reconnut pourtant bien au nez bourgeonné et à la face vermeille des Suisses, qu'ils n'étaient qu'endormis, et leurs tasses où il y avait encore quelques gouttes de vin montraient assez qu'ils s'étaient endormis en buvant. Il passe une grande cour pavée de marbre, il monte l'escalier il entre dans la salle des Gardes qui étaient rangés en haie, la carabine sur l'épaule, et ronflants de leur mieux.


Il traverse plusieurs chambres pleines de Gentilshommes et de Dames, dormant tous, les uns debout, les autres assis, il entre dans une chambre toute dorée, et il vit sur un lit, dont les rideaux étaient ouverts de tous côtés, le plus beau spectacle qu'il eût jamais vu : une Princesse qui paraissait avoir quinze ou seize ans, et dont l'éclat resplendissant avait quelque chose de lumineux et de divin. Il s'approcha en tremblant et en admirant, et se mit à genoux auprès d'elle. Alors comme la fin de l'enchantement était venue, la Princesse s'éveilla ; et le regardant avec des yeux plus tendres qu'une première vue ne semblait le permettre : Est-ce vous, mon Prince ? lui dit-elle, vous vous êtes bien fait attendre. Le Prince charmé de ces paroles, et plus encore de la manière dont elles étaient dites, ne savait comment lui témoigner sa joie et sa reconnaissance ; il l'assura qu'il l'aimait plus que lui-même.


Ses discours furent mal rangés ; ils en plurent davantage ; peu d'éloquence, beaucoup d'amour. Il était plus embarrassé qu'elle, et l'on ne doit pas s'en étonner ; elle avait eu le temps de songer à ce qu'elle aurait à lui dire, car il y a apparence (l'Histoire n'en dit pourtant rien) que la bonne Fée, pendant un si long sommeil, lui avait procuré le plaisir des songes agréables. Enfin il y avait quatre heures qu'ils se parlaient, et ils ne s'étaient pas encore dit la moitié des choses qu'ils avaient à se dire.


Cependant tout le Palais s'était réveillé avec la Princesse, chacun songeait à faire sa charge, et comme ils n'étaient pas tous amoureux, ils mouraient de faim ; la Dame d'Honneur, pressée comme les autres, s'impatienta, et dit tout haut à la Princesse que la viande était servie. Le Prince aida à la Princesse à se lever ; elle était tout habillée et fort magnifiquement ; mais il se garda bien de lui dire qu'elle était habillée comme ma mère grand, et qu'elle avait un collet monté, elle n'en était pas moins belle. Ils passèrent dans un Salon de miroirs, et y soupèrent, servis par les Officiers de la Princesse, les Volons et les Hautbois jouèrent de vieilles pièces, mais excellentes, quoiqu'il y eût près de cent ans qu'on ne les jouât plus ; et après souper, sans perdre de temps, le grand Aumônier les maria dans la Chapelle du Château et la Dame d'Honneur leur tira le rideau ; ils dormirent peu, la Princesse n'en avait pas grand besoin, et le Prince la quitta dès le matin pour retourner à la Ville, où son Père devait être en peine de lui. Le Prince lui dit qu'en chassant il s'était perdu dans la forêt, et qu'il avait couché dans la hutte d'un Charbonnier, qui lui avait fait manger du pain noir et du fromage.


Le Roi son père, qui était bon homme, le crut, mais sa Mère n'en fut pas bien persuadée, et voyant qu'il allait presque tous les jours à la chasse, et qu'il avait toujours une raison en main pour s'excuser, quand il avait couché deux ou trois nuits dehors, elle ne douta plus qu'il n'eût quelque amourette :


car il vécut avec la Princesse plus de deux ans entiers et en eut deux enfants, dont le premier qui fut une fille, fut nommée l'Aurore, et le second un fils, qu'on nomma le Jour, parce qu'il paraissait encore plus beau que sa soeur.


La Reine dit plusieurs fois à son fils, pour le faire expliquer, qu'il fallait se contenter dans la vie, mais il n'osa jamais se fier à elle de son secret ; il la craignait quoiqu'il l'aimât, car elle était de race Ogresse, et le Roi ne l'avait épousée qu'à cause de ses grands biens, on disait même tout bas à la Cour qu'elle avait les inclinations des Ogres et qu'en voyant passer de petits enfants, elle avait toutes les peines du monde à se retenir de se jeter sur eux, ainsi le Prince ne voulut jamais rien dire. Mais quand le Roi fut mort, ce qui arriva au bout de deux ans, et qu'il se vit maître, il déclara publiquement son Mariage, et alla en grande cérémonie quérir la Reine sa femme dans son Château. On lui fit une entrée magnifique dans la Ville Capitale, où elle entra au milieu de ses deux enfants.


Quelque temps après le Roi alla faire la guerre à l'Empereur Cantalabutte son voisin. Il laissa la Régence du Royaume à la Reine sa mère, et lui recommanda sa femme et ses enfants : il devait être à la guerre tout l'Eté, et dès qu'il fut parti, la Reine Mère envoya sa Bru et ses enfants à une maison de campagne dans les bois, pour pouvoir plus aisément assouvir son horrible envie. Elle y alla quelques jours après, et dit un soir à son Maître d'Hôtel : Je veux manger demain à mon dîner la petite Aurore. Ah ! Madame, dit le Maître d'Hôtel. Je le veux, dit la Reine (et elle le dit d'un ton d'Ogresse qui a envie de manger de la chair fraîche), et je la veux manger à la Sauce-robert. Ce pauvre homme voyant bien qu'il ne fallait pas se jouer à une Ogresse, prit son grand couteau, et monta à la chambre de la petite Aurore : elle avait pour lors quatre ans, et vint en sautant et riant se jeter à son col, et lui demander du bon du bon. Il se mit à pleurer, le couteau lui tomba des mains et il alla dans la basse-cour couper la gorge à un petit agneau, et il lui fit une si bonne sauce que sa Maîtresse l'assura qu'elle n'avait jamais rien mangé de si bon. Il avait emporté en même temps la petite Aurore, et l'avait donnée à sa femme pour la cacher dans le logement qu'elle avait au fond de la basse-cour. Huit jours après la méchante Reine dit à son Maître d'Hôtel : Je veux manger à mon souper le petit Jour. Il ne répliqua pas, résolu de la tromper comme l'autre fois ; il alla chercher le petit Jour, et le trouva avec un petit fleuret à la main, dont il faisait des armes avec un gros Singe ; il n'avait pourtant que trois ans. Il le porta à sa femme qui le cacha avec la petite Aurore, et donna à la place du petit Jour un petit chevreau fort tendre, que l'Ogresse trouva admirablement bon.


Cela était fort bien allé jusque-là ; mais un soir cette méchante Reine dit au Maître d'Hôtel : Je veux manger la Reine à la même sauce que ses enfants.


Ce fut alors que le pauvre Maître d'Hôtel désespéra de la pouvoir encore tromper. La jeune Reine avait vingt ans passés, sans compter les cent ans qu'elle avait dormi : sa peau était un peu dure, quoique belle et blanche ; et le moyen de trouver dans la Ménagerie une bête aussi dure que cela ? Il prit la résolution, pour sauver sa vie, de couper la gorge à la Reine, et monta dans sa chambre, dans l'intention de n'en pas faire à deux fois ; il s'excitait à la furet et entra le poignard à la main dans la chambre de la jeune Reine. Il ne voulut pourtant point la surprendre, et il lui dit avec beaucoup de respect l'ordre qu'il avait reçu de la Reine Mère. Faites votre devoir, lui dit-elle, en lui tendant le col, exécutez l'ordre qu'on vous a donné ; j'irai revoir mes enfants, mes pauvres enfants que j'ai tant aimés ; car elle les croyait morts depuis qu'on les avait enlevés sans lui rien dire. Non, non, Madame, lui répondit le pauvre Maître d'Hôtel tout attendri, vous ne mourrez point, et vous ne laisserez pas d'aller revoir vos chers enfants, mais ce sera chez moi où je les ai cachés, et je tromperai encore la Reine, en lui faisant manger une jeune biche en votre place. Il la mena aussitôt à sa chambre, où la laissant embrasser ses enfants et pleurer avec eux, il alla accommoder une biche, que la Reine mangea à son souper, avec le même appétit que si c'eût été la jeune Reine. Elle était bien contente de sa cruauté, et elle se préparait à dire au Roi, à son retour, que les loups enragés avaient mangé la Reine sa femme et ses deux enfants.


Un soir qu'elle rôdait à son ordinaire dans les cours et basses-cours du Château pour y halener quelque viande fraîche, elle entendit dans une salle basse le petit Jour qui pleurait, parce que la Reine sa mère le voulait faire fouetter, à cause qu'il avait été méchant, et elle entendit aussi la petite Aurore qui demandait pardon pour son frère. L'Ogresse reconnut la voix de la Reine et de ses enfants, et furieuse d'avoir été trompée, elle commande dès le lendemain au matin, avec une voix épouvantable qui faisait trembler tout le monde, qu'on apportât au milieu de la cour une grande cuve, qu'elle fit remplir de crapauds, de vipères, de couleuvres et de serpents, pour y faire jeter la Reine et ses enfants, le Maître d'Hôtel, sa femme et sa servante : elle avait donné l'ordre de les amener les mains liées derrière le dos. Ils étaient là, et les bourreaux se préparaient à les jeter dans la cuve, lorsque le Roi, qu'on n'attendait pas si tôt, entra dans la cour à cheval ; il était venu en poste, et demanda tout étonné ce que voulait dire cet horrible spectacle ; personne n'osait l'en instruire, quand l'Ogresse, enragée de voir ce qu'elle voyait, se jeta elle-même la tête la première dans la cuve, et fut dévorée en un instant par les vilaines bêtes qu'elle y avait fait mettre. Le Roi ne laissa pas d'en être fâché ; elle était sa mère ; mais il s'en consola bientôt avec sa belle femme et ses enfants.


MORALITÉ


Attendre quelque temps pour avoir un Époux,
Riche, bien fait, galant et doux,
La chose est assez naturelle,
Mais l'attendre cent ans, et toujours en dormant,
On ne trouve plus de femelle,
Qui dormît si tranquillement.
La Fable semble encor vouloir nous faire entendre,
Que souvent de l'Hymen les agréables noeuds,
Pour être différés n'en sont pas moins heureux,
Et qu'on ne perd rien pour attendre ;
Mais le sexe avec tant d'ardeur
Aspire à la foi conjugale,
Que je n'ai pas la force ni le coeur de lui prêcher cette morale.


CHARLES PERRAULT




LA BELLA DURMIENTE DEL BOSQUE


Había una vez un rey y una reina que estaban tan afligidos por no tener hijos, tan afligidos que no hay palabras para expresarlo. Fueron a todas las aguas termales del mundo; votos, peregrinaciones, pequeñas devociones, todo se ensayó sin resultado.


Al fin, sin embargo, la reina quedó encinta y dio a luz una hija. Se hizo un hermoso bautizo; fueron madrinas de la princesita todas las hadas que pudieron encontrarse en la región (eran siete) para que cada una de ellas, al concederle un don, como era la costumbre de las hadas en aquel tiempo, colmara a la princesa de todas las perfecciones imaginables.


Después de las ceremonias del bautizo, todos los invitados volvieron al palacio del rey, donde había un gran festín para las hadas. Delante de cada una de ellas habían colocado un magnífico juego de cubiertos en un estuche de oro macizo, donde había una cuchara, un tenedor y un cuchillo de oro fino, adornado con diamantes y rubíes. Cuando cada cual se estaba sentando a la mesa, vieron entrar a una hada muy vieja que no había sido invitada porque hacia más de cincuenta años que no salía de una torre y la creían muerta o hechizada.


El rey le hizo poner un cubierto, pero no había forma de darle un estuche de oro macizo como a las otras, pues sólo se habían mandado a hacer siete, para las siete hadas. La vieja creyó que la despreciaban y murmuró entre dientes algunas amenazas. Una de las hadas jóvenes que se hallaba cerca la escuchó y pensando que pudiera hacerle algún don enojoso a la princesita, fue, apenas se levantaron de la mesa, a esconderse tras la cortina, a fin de hablar la última y poder así reparar en lo posible el mal que la vieja hubiese hecho.


Entretanto, las hadas comenzaron a conceder sus dones a la princesita. La primera le otorgó el don de ser la persona más bella del mundo, la siguiente el de tener el alma de un ángel, la tercera el de poseer una gracia admirable en todo lo que hiciera, la cuarta el de bailar a las mil maravillas, la quinta el de cantar como un ruiseñor, y la sexta el de tocar toda clase de instrumentos musicales a la perfección. Llegado el turno de la vieja hada, ésta dijo, meneando la cabeza, más por despecho que por vejez, que la princesa se pincharía la mano con un huso, lo que le causaría la muerte.


Este don terrible hizo temblar a todos los asistentes y no hubo nadie que no llorara. En ese momento, el hada joven salió de su escondite y en voz alta pronunció estas palabras:


—Tranquilizaos, rey y reina, vuestra hija no morirá; es verdad que no tengo poder suficiente para deshacer por completo lo que mi antecesora ha hecho. La princesa se clavará la mano con un huso; pero en vez de morir, sólo caerá en un sueño profundo que durará cien años, al cabo de los cuales el hijo de un rey llegará a despertarla.


Para tratar de evitar la desgracia anunciada por la anciana, el rey hizo publicar de inmediato un edicto, mediante el cual bajo pena de muerte, prohibía a toda persona hilar con huso y conservar husos en casa.


Pasaron quince o dieciséis años. Un día en que el rey y la reina habían ido a una de sus mansiones de recreo, sucedió que la joven princesa, correteando por el castillo, subiendo de cuarto en cuarto, llegó a lo alto de un torreón, a una pequeña buhardilla donde una anciana estaba sola hilando su copo. Esta buena mujer no había oído hablar de las prohibiciones del rey para hilar en huso.


—¿Qué hacéis aquí, buena mujer? —dijo la princesa. Estoy hilando, mi bella niña, le respondió la anciana, que no la conocía.


—¡Ah! qué lindo es, replicó la princesa, ¿cómo lo hacéis? Dadme, a ver si yo también puedo.


No hizo más que coger el huso, y siendo muy viva y un poco atolondrada, aparte de que la decisión de las hadas así lo habían dispuesto, cuando se clavó la mano con él y cayó desmayada.


La buena anciana, muy confundida, clama socorro. Llegan de todos lados, echan agua al rostro de la princesa, la desabrochan, le golpean las manos, le frotan las sienes con agua de la reina de Hungría; pero nada la reanima.


Entonces el rey, que acababa de regresar al palacio y había subido al sentir el alboroto, se acordó de la predicción de las hadas, y pensando que esto tenía que suceder ya que ellas lo habían dicho, hizo poner a la princesa en el aposento más hermoso del palacio, sobre una cama bordada en oro y plata. Se veía tan bella que parecía un ángel, pues el desmayo no le había quitado sus vivos colores: sus mejillas eran encarnadas y sus labios como el coral; sólo tenía los ojos cerrados, pero se la oía respirar suavemente, lo que demostraba que no estaba muerta. El rey ordenó que la dejaran dormir en reposo, hasta que llegase su hora de despertar.


El hada buena que le había salvado la vida, al hacer que durmiera cien años, se hallaba en el reino de Mataquin, a doce mil leguas de allí, cuando ocurrió el accidente de la princesa; pero en un instante recibió la noticia traída por un enanito que tenía botas de siete leguas (eran unas botas que recorrían siete leguas en cada paso). El hada partió de inmediato, y al cabo de una hora la vieron llegar en un carro de fuego tirado por dragones.


El rey la fue a recibir dándole la mano a la bajada del carro. Ella aprobó todo lo que él había hecho; pero como era muy previsora, pensó que cuando la princesa llegara a despertar, se sentiría muy confundida al verse sola en este viejo palacio.
Hizo lo siguiente: tocó con su varita todo lo que había en el castillo (salvo al rey y a la reina), ayas, damas de honor, mucamas, gentilhombres, oficiales, mayordomos, cocineros, tocó también todos los caballos que estaban en las caballerizas, con los palafreneros, los grandes perros de gallinero, y la pequeña Puf, la perrita de la princesa que estaba junto a ella sobre el lecho. Junto con tocarlos, se durmieron todos, para que despertaran al mismo tiempo que su ama, a fin de que estuviesen todos listos para atenderla llegado el momento; hasta los asadores, que estaban al fuego con perdices y faisanes, se durmieron, y también el fuego. Todo esto se hizo en un instante: las hadas no tardaban en realizar su tarea.


Entonces el rey y la reina luego de besar a su querida hija, sin que ella despertara, salieron del castillo e hicieron publicar prohibiciones de acercarse a él a quienquiera que fuese en todo el mundo. Estas prohibiciones no eran necesarias, pues en un cuarto de hora creció alrededor del parque tal cantidad de árboles grandes y pequeños, de zarzas y espinas entrelazadas unas con otras, que ni hombre ni bestia habría podido pasar; de modo que ya no se divisaba, sino lo alto de las torres del castillo y esto sólo de muy lejos. Nadie dudó de que esto fuese también obra del hada para que la princesa, mientras durmiera, no tuviera nada que temer de los curiosos.


Al cabo de cien años, el hijo de un rey que gobernaba en ese momento y que no era de la familia de la princesa dormida, andando de caza por esos lados, preguntó qué eran esas torres que divisaba por encima de un gran bosque muy espeso; cada cual le respondió según lo que había oído hablar. Unos decían que era un viejo castillo poblado de fantasmas; otros, que todos los brujos de la región celebraban allí sus reuniones. La opinión más corriente era que en ese lugar vivía un ogro y llevaba allí a cuanto niño podía atrapar, para comérselo a gusto y sin que pudieran seguirlo, teniendo él solamente el poder para hacerse un camino a través del bosque. El príncipe no sabía qué creer, hasta que un viejo campesino tomó la palabra y le dijo:


—Príncipe, hace más de cincuenta años le oí decir a mi padre que había en ese castillo una princesa, la más bella del mundo; que dormiría durante cien años y sería despertada por el hijo de un rey a quien ella estaba destinada.


Al escuchar este discurso, el joven príncipe se sintió enardecido; creyó sin vacilar que él pondría fin a tan hermosa aventura; e impulsado por el amor y la gloria, resolvió investigar al instante de qué se trataba.


Apenas avanzó hacia el bosque, esos enormes árboles, aquellas zarzas y espinas se apartaron solos para dejarlo pasar: caminó hacia el castillo que veía al final de una gran avenida adonde penetró, pero, ante su extrañeza, vio que ninguna de esas gentes había podido seguirlo porque los árboles se habían cerrado tras él. Continuó sin embargo su camino: un príncipe joven y enamorado es siempre valiente.


Llegó a un gran patio de entrada donde todo lo que apareció ante su vista era para helarlo de temor. Reinaba un silencio espantoso, por todas partes se presentaba la imagen de la muerte, era una de cuerpos tendidos de hombres y animales, que parecían muertos. Pero se dio cuenta, por la nariz granujienta y la cara rubicunda de los guardias, que sólo estaban dormidos, y sus jarras, donde aún quedaban unas gotas de vino, mostraban a las claras que se habían dormido bebiendo.


Atraviesa un gran patio pavimentado de mármol, sube por la escalera, llega a la sala de los guardias que estaban formados en hilera, la carabina al hombro, roncando a más y mejor. Atraviesa varias cámaras llenas de caballeros y damas, todos durmiendo, unos de pie, otros sentados; entra en un cuarto todo dorado, donde ve sobre una cama cuyas cortinas estaban abiertas, el más bello espectáculo que jamás imaginara: una princesa que parecía tener quince o dieciséis años cuyo brillo resplandeciente tenía algo luminoso y divino.


Se acercó temblando y en actitud de admiración se arrodilló junto a ella. Entonces, como había llegado el término del hechizo, la princesa despertó; y mirándolo con ojos más tiernos de lo que una primera vista parecía permitir:


—¿Sois vos, príncipe mío? —le dijo ella— bastante os habéis hecho esperar.


El príncipe, atraído por estas palabras y más aún por la forma en que habían sido dichas, no sabía cómo demostrarle su alegría y gratitud; le aseguró que la amaba más que a sí mismo. Sus discursos fueron inhábiles; por ello gustaron más; poca elocuencia, mucho amor, con eso se llega lejos. Estaba más confundido que ella, y no era para menos; la princesa había tenido tiempo de soñar con lo que le diría, pues parece (aunque la historia no lo dice) que el hada buena, durante tan prolongado letargo, le había procurado el placer de tener sueños agradables. En fin, hacía cuatro horas que hablaban y no habían conversado ni de la mitad de las cosas que tenían que decirse.


Entretanto, el palacio entero se había despertado junto con la princesa; todos se disponían a cumplir con su tarea, y como no todos estaban enamorados, ya se morían de hambre; la dama de honor, apremiada como los demás, le anunció a la princesa que la cena estaba servida. El príncipe ayudó a la princesa a levantarse y vio que estaba toda vestida, y con gran magnificencia; pero se abstuvo de decirle que sus ropas eran de otra época y que todavía usaba gorguera; no por eso se veía menos hermosa.


Pasaron a un salón de espejos y allí cenaron, atendido por los servidores de la princesa; violines y oboes interpretaron piezas antiguas pero excelentes, que ya no se tocaban desde hacía casi cien años; y después de la cena, sin pérdida de tiempo, el capellán los casó en la capilla del castillo, y la dama de honor les cerró las cortinas: durmieron poco, la princesa no lo necesitaba mucho, y el príncipe la dejó por la mañana temprano para regresar a la ciudad, donde su padre debía estar preocupado por él.


El príncipe le dijo que estando de caza se había perdido en el bosque y que había pasado la noche en la choza de un carbonero quien le había dado de comer queso y pan negro. El rey: su padre, que era un buen hombre, le creyó pero su madre no quedó muy convencida, y al ver que iba casi todos los días a cazar y que siempre tenía una excusa a mano cuando pasaba dos o tres noches afuera, ya no dudó que se trataba de algún amorío; pues vivió más de dos años enteros con la princesa y tuvieron dos hijos siendo la mayor una niña cuyo nombre era Aurora, y el segundo un varón a quien llamaron el Día porque parecía aún más bello que su hermana.


La reina le dijo una y otra vez a su hijo para hacerlo confesar, que había que darse gusto en la vida, pero él no se atrevió nunca a confiarle su secreto; aunque la quería, le temía, pues era de la raza de los ogros, y el rey se había casado con ella por sus riquezas; en la corte se rumoreaba incluso que tenía inclinaciones de ogro, Y que al ver pasar niños, le costaba un mundo dominarse para no abalanzarse sobre ellos; de modo que el príncipe nunca quiso decirle nada.


Mas, cuando murió el rey, al cabo de dos años, y él se sintió el amo, declaró públicamente su matrimonio y con gran ceremonia fue a buscar a su mujer al castillo. Se le hizo un recibimiento magnífico en la capital a donde ella entró acompañada de sus dos hijos.


Algún tiempo después, el rey fue a hacer la guerra contra el emperador Cantalabutte, su vecino. Encargó la regencia del reino a su madre, recomendándole mucho que cuidara a su mujer y a sus hijos. Debía estar en la guerra durante todo el verano, y apenas partió, la reina madre envió a su nuera y sus hijos a una casa de campo en el bosque para poder satisfacer más fácilmente sus horribles deseos. Fue allí algunos días más tarde y le dijo una noche a su mayordomo.


—Mañana para la cena quiero comerme a la pequeña Aurora.


—¡Ay! señora, dijo el mayordomo.


—¡Lo quiero!, dijo la reina (y lo dijo en un tono de ogresa que desea comer carne fresca), y deseo comérmela con salsa Robert.


El pobre hombre, sabiendo que no podía burlarse de una ogresa, tomó su enorme cuchillo y subió al cuarto de la pequeña Aurora; ella tenía entonces cuatro años y saltando y corriendo se echó a su cuello pidiéndole caramelos. El se puso a llorar, el cuchillo se le cayó de las manos, y se fue al corral a degollar un corderito, cocinándolo con una salsa tan buena que su ama le aseguró que nunca había comido algo tan sabroso. Al mismo tiempo llevó a la pequeña Aurora donde su mujer para que la escondiera en una pieza que ella tenía al fondo del corral.


Ocho días después, la malvada reina le dijo a su mayordomo:


—Para cenar quiero al pequeño Día.


El no contestó, habiendo resuelto engañarla como la primera vez. Fue a buscar al niño y lo encontró, florete en la mano, practicando esgrima con un mono muy grande, aunque sólo tenía tres años. Lo llevó donde su mujer, quien lo escondió junto con Aurora, y en vez del pequeño Día, sirvió un cabrito muy tierno que la ogresa encontró delicioso.


Hasta aquí la cosa había marchado bien; pero una tarde, esta reina perversa le dijo al mayordomo:


—Quiero comerme la reina con la misma salsa que sus hijos.


Esta vez el pobre mayordomo perdió la esperanza de poder engañarla nuevamente. La joven reina tenía más de 20 años, sin contar los cien que había dormido: aunque hermosa y blanca su piel era algo dura; ¿y cómo encontrar en el corral un animal tan duro? Decidió entonces, para salvar su vida, degollar a la reina, y subió a sus aposentos con la intención de terminar de una vez. Tratando de sentir furor y con el puñal en la mano, entró a la habitación de la reina. Sin embargo no quiso sorprendería y en forma respetuosa le comunicó la orden que había recibido de la reina madre.


—Cumplid con vuestro deber, le dijo ella, tendiendo su cuello; ejecutad la orden que os han dado; iré a reunirme con mis hijos, mis pobres hijos tan queridos (pues ella los creía muertos desde que los había sacado de su lado sin decirle nada).


—No, no, señora, le respondió el pobre mayordomo, enternecido, no moriréis, y tampoco dejaréis de reuniros con vuestros queridos hijos, pero será en mi casa donde los tengo escondidos, y otra vez engañaré a la reina, haciéndole comer una cierva en lugar vuestro.


La llevó en seguida al cuarto de su mujer y dejando que la reina abrazara a sus hijos y llorara con ellos, fue a preparar una cierva que la reina comió para la cena, con el mismo apetito que si hubiera sido la joven reina. Se sentía muy satisfecha con su crueldad, preparándose para contarle al rey, a su regreso, que los lobos rabiosos se habían comido a la reina su mujer y a sus dos hijos.


Una noche en que como de costumbre rondaba por los patios y corrales del castillo para olfatear alguna carne fresca, oyó en una sala de la planta baja al pequeño Día que lloraba porque su madre quería pegarle por portarse mal, y escuchó también a la pequeña Aurora que pedía perdón por su hermano.


La ogresa reconoció la voz de la reina y de sus hijos, y furiosa por haber sido engañada, a primera hora de la mañana siguiente, ordenó con una voz espantosa que hacía temblar a todo el mundo, que pusieran al medio del patio una gran cuba haciéndola llenar con sapos, víboras, culebras y serpientes, para echar en ella a la reina y sus niños, al mayordomo, su mujer y su criado; había dado la orden de traerlos con las manos atadas a la espalda.


Ahí estaban, y los verdugos se preparaban para echarlos a la cuba, cuando el rey, a quien no esperaban tan pronto, entró a caballo en el patio; había viajado por la posta, y preguntó atónito qué significaba ese horrible espectáculo. Nadie se atrevía a decírselo, cuando de pronto la ogresa, enfurecida al mirar lo que veía, se tiró de cabeza dentro de la cuba y en un instante fue devorada por las viles bestias que ella había mandado poner.


El rey no dejó de afligirse: era su madre, pero se consoló muy pronto con su bella esposa y sus queridos hijos.


MORALEJA


Esperar algún tiempo para hallar un esposo
rico, galante, apuesto y cariñoso
parece una cosa natural
pero aguardarlo cien años en calidad de durmiente
ya no hay doncella tal que duerma tan apaciblemente.
La fábula además parece querer enseñar
que a menudo del vínculo el atrayente lazo
no será menos dichoso por haberle dado un plazo
y que nada se pierde con esperar;
pero la mujer con tal ardor
aspira a la fe conyugal
que no tengo la fuerza ni el valor
de predicarle esta moral.


Traducción de MARÍA LUIS HUIDOBRO